Michele Bighignoli

 

Nel lontano 2006, 12 stagioni or sono, un ragazzo ventenne si avvicinava al calcio amatoriale.


Gli impegni universitari lo avevano condotto ad abbandonare la squadra nella quale era cresciuto ed alla quale era molto legato; dai pulcini alla prima squadra, una maturità acquisita tra i campi da calcio. Qualità mediocri, ma un grande amore per questo sport, lo avevano portato a migliorarsi anno dopo anno, a combattere sempre, a sopperire a qualche lacuna tecnica con la generosità ed il sacrificio.


Come una beffa del destino, arrivato sul più bello nel calcio che conta, le scelte di vita cancellarono inesorabili la storia di un grande amore.
Così depresso ed abbandonato, si fece convincere dalle lusinghe di un edicolante di paese e dal suo assistente, che dall’interno della loro bottega tessevano le tele del calciomercato, ad unirsi ad una squadra amatoriale di Mizzole, il G.S. Niù Castel.


Il passaggio fu tutt’altro che entusiasmante; nulla di questo nuovo mondo calcistico stimolava il suo interesse. Da sempre gli amatori erano considerati calciatori rozzi, in là con l’età anagrafica, fuori forma, rissosi e facili ad interventi definibili poco educati. Nemmeno i colori della nuova divisa di gioco erano brillanti: il grigio che si accosta al blu, un mortorio totale.


Quel ragazzo, però, non aveva niente da perdere, trovatosi appiedato, decise di buttarsi a capofitto in questa nuova esperienza, conscio che la porta di uscita fosse sempre aperta e che gli accordi con la società gli permettessero di giocare, senza presentarsi agli allenamenti.


Quella poca motivazione si trasformò pian piano in un grande entusiasmo. Il calcio amatoriale, seppur diverso nel suo svolgimento di gioco, era molto combattuto. L’agonismo regnava sovrano, anche se qualche giocata di livello non era sdegnata, l’intensità del gioco sempre alta e le partite erano combattute fino all’ultimo minuto. Inoltre la filosofia di quella squadra rispecchiava tutti i valori positivi del gioco del calcio.


Padri di famiglia che si ritagliavano un pò di tempo libero per venire a fare una sgambettata su terreni infangati, o temperature polari, senza ricevere niente in cambio, per il solo piacere di passare una serata spensierata in compagnia e praticare l’amato sport. Dirigenti che si impegnavano tutto l’anno per iscrivere la squadra, raccattare qualche sponsor e rifornire il gruppo con tutti gli attrezzi del mestiere. Tutte le persone erano ben accette e accolte a dovere, a condizione che si impegnassero a remare nella stessa direzione e a creare quel clima ti convivialità che ti fa sentire a casa. Non sono mancati scontri e scambi di opinioni, ognuno dei quali hanno sempre rafforzato invece di distruggere l’unità del gruppo.


Quel nuovo gruppo di persone, dalle più svariate età anagrafiche, da perfetti sconosciuti sono diventati dapprima dei leali compagni di squadra e successivamente validi amici. Serate passate davanti ad una pizza e una bella caraffa di birra fresca a chiacchierare in maniera rilassata tra battute e schermaglie in un clima sereno che aiuta a staccare dalle tensioni delle attività quotidiane.


Quei colori languidi presero sempre più tonalità e vivacità, da seguire e difendere come guerrieri durante le battaglie di un tempo passato.


13 anni son trascorsi dall’esordio di quel ragazzo con la maglia del Niù Castel; ora è diventato un uomo, un veterano della squadra, indossa la fascetta di capitano, ha vinto tanti trofei ed ha subito qualche mera retrocessione; combatte ancora per quei colori, con più fatica e meno brillantezza, ma con la volontà di portarli sempre più in alto; lassù dove il grigio delle nuvole si fonde con il blu del cielo.

 

Lo Zar